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Differenze e vicinanze

La mia refrattarietà all'apprendimento delle lingue straniere è ormai cronica: ieri ero a Barcellona da appena due ore e mi ero già fatta riconoscere in un paio di negozi e in un Burger King.
La navetta dell'aeroporto mi ha scaricata a Plaza Cataunya. Non essendo dell'umore di badare a borseggiatori e turlupinatori di turisti, ho accuratamente evitato la Rambla e mi sono infilata nella stradina pedonale parallela.
C'erano Zara, Oysho, H&M, praticamente tutto quello che c'è sulla Tuscolana. Svolto a sinistra e poi a destra e mi trovo in bocca ad un tempio di Disegual. Un manichino ha il mio stesso cappotto, un altro la mia maglietta.
Compro il bracciale che Roberta mi aveva chiesto e scappo via. La commessa parla solo catalano e io solo italiano, ma ci capiamo.
Uscendo dico: "Vado via se no compro tutto". 
Lascio la zona più turistica e mi sposto dove abita Valentina e, andando un poco in giro, mi faccio un paio di idee su Barcellona:
1. Il semaforo non esprime un divieto o un obbligo tassativo. E' un suggerimento.
    Come a Napoli
2. Il clacson non ha un uso funzionale, è la colonna sonora dei sentimenti degli automobilisti incazzati per il traffico e la pioggia. Proprio come a Napoli.
Se non fosse per il fatto che non riesco a parlare con nessuno, mi sentirei decisamente a casa.

Pubblicato il 28/1/2011 alle 9.30 nella rubrica Si, viaggiare.

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