.
Annunci online

Frammenti di varia disumanità
Lei era con me
post pubblicato in Racconti, il 8 febbraio 2009


Erano orami otto anni che era con me. Quando lui la portò a casa era solo una bambina. Quel giorno pioveva e io me ne stavo accanto alla finestra, sonnecchiando, mentre la pioggia fitta bagnava il piccolo giardino e la strada e le case circostanti con goccioloni grossi e irregolari. Cadendo producevano a tratti suoni bassi, profondi e a tratti più acuti e squillanti.
Lei comparve in cucina all’improvviso, davanti a lui che la teneva per una spalla, piangeva, aveva gli occhi rossi e gonfi e tirava sul col naso.
Per lo spavento saltai in piedi e corsi a nascondermi nell’altra stanza.
Quando tornai in cucina lei non c’era più.
Lui non disse niente, come nulla fosse. Continuò come sempre, così non ci pensai più.
Solo lo vedevo scendere in cantina più spesso, a volte portava giù del cibo o altre cose, a volte scendeva e basta.
Ci restava ore ed ore, lasciandomi sola nella casa vuota, annoiata e senza l’attenzione di nessuno.
Mi ingelosivo molto per quelle lunghe assenze e, quando finalmente tornava, mi voltavo dall’altra parte se cercava di accarezzarmi oppure mi alzavo e andavo a nascondermi da qualche parte.
La seconda volta che la vidi era passato molto tempo. All’inizio non la riconobbi: era più alta, la forma del suo corpo era diversa e anche i vestiti non erano più quelli.
Corsi a nascondermi nell’altra stanza, sperando sparisse come quell'altra volta, come quell'altra.
Questa volta i suoni e le voci non si interrompevano.
Io pazientemente aspettavo che tutto tornasse tranquillo per poter uscire, ma quando pareva fosse il momento buono e la stanza silenziosa da un po’, si scambiavano qualche parola o sentivo qualche rumore, che mi faceva capire che erano ancora là.
Alla fine mi addormentai lì dov’ero. Al mio risveglio di nuovo non c’era più.
Dopo poco tempo la cosa si ripeté e io trovai abbastanza coraggio per spiarli attraverso la porta.
Stava ferma, in piedi davanti a lui, che mangiava seduto al tavolo da pranzo, non parlava.
"Si padrone", "No padrone" era il massimo che le sentissi dire, di quando in quando, se lui le rivolgeva la parola.
Era così bianca, gli occhi verdi grandi come palline in mezzo alla faccia sottile, magra.
Avevo paura che mi vedessero, che mi scoprissero a spiarli, ma non riuscivo a staccarle lo sguardo di dosso.
Non era come viva, senza dubbio respirava e aveva gli occhi aperti ed emetteva suoni, ma pure c'era qualcosa di strano e di pauroso in lei, qualcosa che mancava, per poterla dire completamente viva. Se ne stava li, immobile, a guardarlo mangiare, immobile, senza staccare lo sguardo dal suo piatto che lentamente e metodicamente si svuotava, dalla sua mano sinistra che brandiva la forchetta, dal movimento ritmico e costante delle sue mascelle, come se non ci fosse nulla di più importante ed interessante al mondo che stare li a guardarlo mangiare, ma non c'era interesse nel suo sguardo, i suoi occhi erano vuoti. Mi faceva pensare ad un pupazzo che avevo avuto una volta: se lo toccavo si muoveva, sembrava vivo, ma non lo era, era solo un giocattolo e io ne facevo quello che volevo.
Dopo quella volta lei non scese più in cantina, almeno quando lui era in casa. Stavano sempre insieme e la mia gelosia era ormai aumentata a dismisura, fino a divenire distacco ed indifferenza. Mangiavo il cibo che mi dava, lasciavo che si prendesse cura di me, ma per il resto lo evitavo ed anche lei. Non che lui dimostrasse più alcun interesse per me o una qualche forma di dispiacere per la mia indifferenza per lui, era tutto preso da lei. Non faceva che comandarla a bacchetta tutto il giorno, credo fosse proprio questo che gli piaceva tanto, poterla comandare e controllare, con me non ci era mai riuscito. Non che non ci avesse provato, ma sono così: piuttosto non mangio per giorni, dormo al freddo e sotto la pioggia, scappo chi sa dove, ma non obbedisco a nessuno, mai.
Quando capì questo di me, capì che io non potevo andare bene per lui e cominciò a cercare una creatura in grado di renderlo felice.
Sotto questa luce nuova lei mi faceva anche un po’ pena, un po’ la pena, un po’ l’abitudine, piano piano smisi di evitarla, ma anche non potevo starle troppo vicino, perché lui mi cacciava, magari era geloso.
Fino a quell’ultimo giorno, io non ebbi la minima idea che non stesse lì, in casa con noi, di sua volontà, non sapevo e non capivo che non potesse andare via.
Non avevo nessuna idea del suo desiderio di scappare e che esistesse un posto nemmeno troppo lontano, dove lei desiderava disperatamente tornare.
Mi svegliai e non c’era nessuno, in casa non c’era nessuno, la porta della cantina era aperta, la porta di casa era aperta.
Esplorai tutte le stanze ad una ad una, la cantina, dove c’era il suo letto e le sue cose, il giardino. La polizia arrivò con un fragore d’inferno, misero tutto sottosopra, riempirono buste e scatoloni con roba presa dalla casa, svuotarono tutti i cassetti e parlavano, parlavano di come lui l’avesse rapita otto anni prima, quando aveva solo undici anni e tenuta prigioniera in quella casa.
Nessuno badò a me in quel trambusto, nessuno tranne una vicina, che vedendomi girare spaventata mi prese mi fece compagnia. E’ il vantaggio di essere un bellissimo gatto persiano: c’è sempre qualcuno disposto a prenderti con se.




permalink | inviato da ilbardo.it il 8/2/2009 alle 22:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tua per sempre
post pubblicato in Racconti, il 14 aprile 2008


 “ Enzo ha lasciato la moglie”.
“Ah”
Cosa si dice in questi casi? Un “mi dispiace” sarebbe stato opportuno? E se a darti la notizia è quella, che tu sai essere l’amante di Enzo da dieci anni? Sembra indelicato spiacermi per il fatto che la sua rivale si sia finalmente (definitivamente?) tolta di mezzo.
No, il cordoglio non è certo il sentimento più appropriato da simulare.
“Congratulazioni” ? Ma di cosa? Non si è laureata, non ha trovato un lavoro, non si è sposata.
“Congratulazioni! Adesso passi da amante clandestina ad amante legittima. Sono davvero felice per te!”
Nemmeno questo mi sembra poi tanto bello da dire, così, piuttosto che star zitta, dico “ah”, sperando che come incoraggiamento basti.
Anche perché, dall’altra parte del filo, mi pare che il tono non sia quello che dovrebbe essere, quello che ti aspetteresti fosse.
Non è un tono del tipo: “Wow ho da darti una notizia meravigliosa: da oggi tutta la mia vita cambierà e diventerà fantastica”, ma più qualcosa come “il mio gatto è in calore, dovrò farlo castrare”.
Quindi non solo non so cosa dire, ma nemmeno cosa pensare, così dico “ah”, cercando di guadagnare tempo e raccogliere altre informazioni.
“Enzo ha lasciato la moglie”
“Ah”
Silenzio.
Come silenzio? Erano dieci anni che non parlavi d’altro, che non desideravi altro. E se Enzo finalmente la lasciasse, se potessimo iniziare la nostra vita insieme, ormai i figli sono grandi, tra lui e sua moglie è tutto finito da un pezzo… E così variando, facendo tutte le scale, passando per tutti i mezzi toni, per dieci anni. Dov’è il diluvio di parole che mi aspettavo? Che fine ha fatto l’estatica prefigurazione di tutte le gioie che vi attendono? La rievocazione commossa dei patimenti trascorsi, perché non me la scorri tutta ininterrotta come un nastro?
Invece stai in silenzio ed io non capisco cosa stai pensando, nella mia testa conto gli istanti di silenzio e sono già troppi.
“E adesso?”
Ad una domanda diretta è difficile non rispondere. Dai, cosa mi rispondi?
"Ok, ci vediamo stasera".
È strano come nei posti affollati le persone parlino tranquillamente dei fatti propri. Ricordi il bar dell`università ? Mi raccontasti di quell`uomo fantastico appena conosciuto, quarantacinque anni e tu nemmeno ventuno. No che non ricomincio, che senso avrebbe ormai?
Fai una faccia strana, mentre con la cannuccia tormenti le foglie di menta nel tuo bicchiere.
L`ora dell`aperitivo è sempre la più affollata. Il piccolo bar è pieno di uomini e donne come noi, con la borsa del portatile sotto il tavolo e il cellulare sopra, questa generazione di trentenni che presto non lo saranno più.
Nemmeno hai toccato il tuo piatto, ma mi dici che hai ? Che senso ha amareggiarsi adesso ? Adesso che è tutto alle spalle, che importanza hanno tutti gli anni che hai trascorso chiusa in una scatola ? Dai parliamo di cose allegre: da quant`è che sta da te ?
Non so cosa sia stato, forse l`ultima cosa che ho detto, forse tutta la sequenza, ma finalmente nei tuoi occhi lucidi vedo una crepa e in pochi attimi di silenzio la crepa diventa una falla, fino a che sotto la spinta della corrente la dannata diga che sei tu da stamattina non crolla.
Mi rovinano addosso nell`ordine: `non voglio che venga da me`, `ho bisogno dei miei spazi`, `sono confusa`, `non è questo che volevo`, `non so se lo amo ancora`.
Ti ascolto a bocca aperta, mentre piangi ad uno ad uno tutti i motivi di questa imprevista infelicità, sei bellissima. Non riesco a non pensare che ti riempirei di baci, anche se solo ora per la prima volta in tanti anni ti vedo.
Quasi mi scappa da ridere, ma come ho fatto a non capire ? Che faccio ora ? Te lo dico che non è vero o faccio finta di niente ? Ci ho creduto, quando mi dicevi di amare Enzo nonostante fosse sposato e non vedevo, non capivo che lo amavi proprio perché era sposato.
Adesso è tutto così ovvio che quasi non ci credo, come uno strano sogno.
E mi chiedo quanti vivano così, come noi, evitando ogni rischio di essere felici.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Racconti Narrativa

permalink | inviato da ilbardo.it il 14/4/2008 alle 9:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sniper
post pubblicato in Racconti, il 14 settembre 2006


 Fare il cecchino è un lavoro duro, mica da ridere. Non può farlo chiunque, non è roba da ultimi arrivati.
Un solo tiratore, abilmente appostato, può bloccare per giorni una squadra obbligata ad attraversare un passaggio scoperto.
E’ importantissimo per qualsiasi esercito moderno avere buoni cecchini: pochi bravi tiratori possono decidere le sorti di una battaglia, molti quelle di una guerra.
Io sono molto orgoglioso di essere stato scelto come cecchino. Così me ne sto qui da ore, avvolto nella mia Ghillie suit, in attesa che passi il mio nemico.
La mia è una caccia d’attesa, non corro, non urlo e non assalto, non lancio bombe, non svuoto caricatori di mitra. Io aspetto. L’occhio fisso nel mirino, puntato dove il mio nemico passerà.
Non c’è niente di rilassante però in tutto quest’aspettare, nessun riposo nella mia immobilità.
Anzitutto un tiratore deve stare nascosto, così ti stendi a terra supino o ti inginocchi dietro una roccia, ti accovacci dietro un albero o uno spuntone di muro e resti così, nella stessa posizione per ore, a volte per giorni.
Che diluvi, nevichi o si arrostisca dal caldo, tu te ne stai lì, rannicchiato o steso oltre misura, l’occhio incollato al tuo obbiettivo, la mano sul grilletto del fucile. Sei come una freccia incoccata, una molla pressata, come una fionda tesa e pronta a scattare.
Oggi fa un gran caldo e io sono appostato tra l’erba e i rami secchi, ultimo baluardo di difesa davanti alla pozza d’acqua che ci contendiamo.
Non imbraccio però il mio fucile: il fucile di un tiratore è un’arma complessa e pesante, che è impossibile utilizzare manualmente con la dovuta precisione, così il mio fucile è poggiato su un tre piedi e io ci sto sopra, coprendolo quasi interamente col mio corpo e puntellandomi sui gomiti per non toccarlo.
Il braccio sinistro mi formicola di nuovo, intorpidito dal mio peso e dall’immobilità forzata. Muovo piano le dita nell’aria, cercando di farle sciogliere e di far circolare di nuovo il sangue. Oggi mi è successo un po’ troppo spesso.
Lascio un istante il grilletto e allungo la mano fino alla bisaccia legata al fianco. Bevo acqua da una borraccia termica, pronto a mollarla al minimo segno di movimento nell’ottica di precisione.
Chi fa quello che faccio io deve anche imparare a non lasciare tracce: non è una scampagnata, niente cartacce, lattine o residui di alcun genere devono segnalare a nessuno l’area in cui sei stato appostato, per la tua sicurezza e quella dei tuoi compagni.
Così impari a mangiare solo cioccolata o barrette energetiche, a portarti addosso la tua immondizia, a bere senza versare una goccia, a fumare raccogliendo cenere e mozziconi, a pisciare in una bottiglia.
L’afa è fortissima oggi, ho l’impressione che mi manchi il fiato.
Un’altra fondamentale abilità da acquisire è la capacità di mimetizzarsi. La tattica del killer isolato funziona solo quando è ben nascosto e molto distante, se no, dopo il primo colpo sparato ti individuano subito e ti vengono a stanare.
Io sono la morte silenziosa ed inattesa, che ti raggiunge quando meno te lo aspetti, quando la giornata sembrava tranquilla ed il pericolo lontano. Io sono la morte che è arrivata non si sa da dove, nella forma di un proiettile dirompente sparato da un’arma di massima precisione.
Il primo passo è la tuta giusta, quella con le strisce di stoffa che pendono, riproducendo i colori dell’ambiente circostante, ma poi da sola non basta mai e conviene sempre aggiungere elementi del luogo dell’appostamento, rametti, foglie, terriccio per esempio.
Il sole ormai è alto, mezzogiorno, mi sento il viso in fiamme sotto gli strati di verde e di ocra, la vista mi si vela per un attimo, non sarà niente, mi sarà finita un po’ di polvere negli occhi. Vorrei sfregarmeli, ma ho paura di farci finire dentro il mascheramento, peggiorando la situazione.
Forse oggi non passerà nessuno, forse nessuno è riuscito a sfondare la prima linea o ad aggirarla, forse sono già tutti morti molto più a valle e io starò qui, come un eroe da film giapponese, in attesa di qualcosa che non capiterà mai.
Nemmeno finisco di pensarlo, che vedo agitarsi la punta di un cespuglio. E’ il momento! La molla è alla massima compressione e non conta più niente, non conta il caldo, non conta quanto sia stata lunga l’attesa, non conta la posizione scomoda e questo dannato bracci, che mi fa ogni istante più male.
Questo è il momento, questo è lo spazio tempo tra me e la mia vittima, in cui l’istante della morte si dilata nel tempo indefinito in cui io prendo la mira e sparo, ricucendo con la traiettoria precisa del mio colpo tra loro lo spazio ed il tempo, che nell’attimo in cui il proiettile raggiunge il suo bersaglio ritornano tutt’uno nell’istante della morte.
Spuntano dalle foglie e sono un’avanguardia di tre. I loro volti sfilano nel centro del mirino. Sono giovani e hanno visi tranquilli, vedo le labbra muoversi mentre chiacchierano, non immaginano nemmeno la mia presenza. Uno dei tre è più alto, la sua testa spicca di un palmo su quella degli altri.
Premo il grilletto proprio mentre la fitta al braccio raggiunge il cuore, bruciando come acciaio rovente. Il proiettile schizza dalla canna, colpendolo proprio sulla testa e rimbalzando sull’elmetto con un suono sordo. Sembra sorpreso, si guarda intorno e proprio lì, nell’erba secca, la capsula di gomma gialla a dimostrare che è proprio vero, è stato colpito.
La raccoglie con a destra e la mostra ai giudici di gara, dichiarandosi morto. I due compagni hanno pochi secondi per individuarmi e colpirmi, sparano un paio di raffiche, ma troppo fuori bersaglio.
I giudici dichiarano la vittoria della mia squadra tra i boati di esultanza dei miei compagni, ma io non posso udirli:sono morto d’infarto.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Narrativa Racconti

permalink | inviato da ilbardo.it il 14/9/2006 alle 10:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sfoglia aprile       
calendario
adv